Tiziano

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Il poliedrico Tiziano Vecellio


Artista innovatore e poliedrico, maestro con Giorgione del colore tonale, Tiziano Vecellio è uno dei pochi pittori italiani titolari di una vera e propria azienda, imprenditore dell'arte sua propria e della bottega, direttamente a contatto con i potenti dell'epoca, suoi maggiori committenti. I-l rinnovamento della pittura di cui fu autore, si basò, in alternativa al michelangiolesco «primato del disegno», sull'uso personalissimo del colore.

La sua biografia e il suo itinerario creativo trovano importanti fonti documentarie negli scrittori a lui contemporanei: Pietro Aretino (Epistolario), Ludovico Dolce (Dialogo di pittura), Paolo Pino, Giorgio Vasari (la seconda edizione delle Vite) riportano molteplici dati e spunti critici che lo riguardano, oltre, naturalmente, alle lettere da lui stesso scritte ai vari committenti, in particolare alla corte spagnola. Nel secolo successivo proseguono le note biografiche e gli studi critici (Anonimo del Tizianello, Boschini, Rodolfi) che costituiscono un notevole «giacimento» di fonti contemporanee che di rado è dato ritrovare.

Le prime opere

Si comprende in questo modo gran parte del mondo giorgionesco. Pure il giovane Tiziano è convertito a questa forma teologico-filosofica, anche se i risultati saranno alla fine molto diversi, perché evidentemente diverse sono le persone, e quindi gli artisti. Tiziano è stato a lungo considerato l'«allievo» di Giorgione, suo «figlio» nell'arte e nel mestiere. Il fatto che i ritratti del cadorino siano in questo periodo (il cosiddetto "Ariosto", la "Schiavona", il " Genitluomo con un libro") eseguiti con uno stile talmente vicino a quello di Giorgione che lo stesso Vasari ammette di essere stato tratto in inganno, ha rafforzato l'ipotesi di un «alunnato» del cadorino presso Giorgione.

Al punto da pensare che alcuni dipinti lasciati incompiuti da Giorgione fossero stati completati da Tiziano. Sia nel caso di temi così cari al Giorgione (quello delle «tre età»: si veda il "Concerto"), sia in quello di tele di soggetto devozionale (Cristo portacroce o Cristo e il manigoldo), il dubbio attributivo è stato sollevato (si veda anche il Concerto campestre ) a più riprese, tanto che, se pure oggi vengano comunemente attribuiti a Tiziano, non mancano tuttavia autorevoli opinioni contrarie.

In verità occorre considerare che Giorgione non aveva botteghe, scuole, allievi: era un isolato, che non si impegnò in grandi commissioni pubbliche, rimanendo sempre in una dimensione privata. È vero, comunque, che Tiziano porta a termine la Venere di Dresda , realizzata da Giorgione per le nozze di Gerolamo Marcello con Morosina Pisani; probabilmente, però, Tiziano fu chiamato a modificare il dipinto perchè ritenuto troppo idealizzato, non adatto all'occasione matrimoniale. E allora Tiziano inserisce particolari che – come il morbido panneggio su cui posa il corpo nudo di Venere – accentuano l'erotismo della rappresentazione.

Quel che è indubbio è che Tiziano ben presto troverà una sua autonoma strada, nel momento in cui riterrà di poter fare «poesia» non per arrivare faticosamente alla verità attraverso simboli e allusioni, ma invece rappresentando la bellezza che è già, di per se stessa, rappresentazione e dunque emanazione di Dio. Bellezza che, detto per inciso, non solo è pienezza della forma, come in Giorgione, ma anche, drammaticamente, azione della natura stessa.



La prima pala d'altare, San Marco in trono per la chiesa di Santa Maria della salute, del 1510, è la conferma della pienezza della concezione coloristica dell'artista e del suo originale trattamento della luce. Ma è anche, di nuovo, un chiaro messaggio, politico e ideologico, di virtù civiche veneziane.

Il quadro è sicuramente un ex voto dipinto durante la peste che affligge Venezia in quegli anni: ci sono San Rocco e San Sebastiano da una parte, protettori contro il morbo, dall'altra Cosma e Damiano, che furon medici, e così rinforzano la protezione. Poi, più su, al centro, sul piedistallo, dove ci saremmo aspettati una Madonna con bambino, c'è San Marco . Ma San Marco è naturalmente Venezia, indubitabilmente. Dunque il messaggio è piuttosto chiaro: la salvezza, per Venezia, non arriverà dall'alto dei cieli, ma dalle sue insite virtù civili. Salvarsi dalla peste è – meglio – preciso compito del governo della Repubblica.

Il 27 aprile 1509 Giulio II scomunica Venezia e si scatena la guerra della Lega contro la Serenissima; il 5 giugno gli imperiali prendono Padova; il 17 luglio la città viene riconquistata dalle forze della Repubblica. L'anno successivo la già programmata decorazione della Scuola del Santo assume anche il preciso significato politico di celebrare una sorta di pax veneta, riconsegnando la città al suo nume tutelare. La commissione a Tiziano, visti i precedenti, è inevitabile.

I Miracoli di sant'Antonio, ciclo di affreschi ultimati a Padova nel 1511, come detto, alla Scuola del Santo, costituiscono il primo vero grande lavoro autonomo di Tiziano. L'artista si cimenta in una classica composizione di grande respiro e risolve la costruzione creando gruppi di figure immerse nel paesaggio, dominando lo spazio grazie alla moderna invenzione di masse di colore trattate in modo tanto personale come in Veneto fino allora non s'era mai visto. La sua spiccata personalità, evidente soprattutto nel Miracolo del marito geloso lo impone all'attenzione dell'intera regione come il più vero erede dell'ormai ottuagenario Bellini e fa il vuoto attorno a sé: Sebastiano del Piombo parte per Roma, la tradizione locale, che vedeva in Carpaccio il suo punto di riferimento, sembra improvvisamente vecchia di secoli.

Fonte Wikipedia

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